A cura di Umberto Moioli.

Per un motociclista il primo giorno di primavera, in cui finalmente può uscire per la prima volta in moto dopo i lunghissimi mesi invernali di estenuante attesa per il nuovo caldo, equivale un po’ all’arrivo di Natale per un bambino. E’ un momento magico, in cui aspettative, i bei ricordi della stagione precedente, la voglia di adrenalina e le rinnovate paure di sempre si fondono in un unico, bellissimo momento che precede l’accensione del motore.

Ma la giornata incomincia ancora prima di salire in sella alla moto, bensì da quel momento – quasi rituale – della vestizione. Al diavolo cappotti, pantaloni, camicie e giacchette: finalmente apro l’armadio e questa volta tiro fuori la mia amatissima tuta in pelle, i miei guanti, gli stivali, il paraschiena ed il casco. Faccio leggermente fatica nel primo momento ma poi tutto viene naturale come sempre, infilandomi perfettamente all’interno della tuta che torna ad essere la mia seconda pelle; essendo un tipo un po’ scaramantico, sotto di essa indosso come sempre la mia immancabile maglietta da moto (che porta con sé un simbolo legato a mio padre), quindi passo agli stivali, ancora un po’ rigidi dopo essere rimasti inutilizzati per mesi, sistemo bene il guscio e, dopo aver dato una bella pulita alla visiera scura, mi infilo in testa il casco. La sensazione che ne segue è indescrivibile, mi pare di essere tornato a “vestire i miei veri panni” e la figura che si riflette nello specchio è il mio vero io. A metà strada tra un PowerRanger ed un Cavaliere medievale, mi sento davvero bene. Prendo quindi le chiavi della moto, chiudo casa e scendo in garage, camminando tutto elettrizzato nel tragitto che mi separa dalla mia Ninja.

Aprendo la claire del box vedo lei luccicare davanti ai miei occhi, le luci riflesse sulle carene, in forma smagliante, pronta per uscire e scatenarsi. Infilo quindi le chiavi nel quadro, check del motore e finalmente, premo start. Dopo il lungo silenzio, un ruggito torna ad invadere il garage e a far rimbombare il mio cuore, mentre i fari si riaccendono dando l’impressione di essere gli occhi di un predatore che dopo il lungo letargo non desidera altro che andare a caccia di nuove prede. La pressione delle gomme l’avevo già fatta il giorno precedente, tolgo quindi i due cavalletti che la tengono sospesa, chiudo il box, salgo in sella e… si parte! Non sembra vero che siano passati sei mesi dall’ultima volta che l’ho guidata, perché mi sento come se ci fossi salito giusto il giorno prima; tutto avviene in maniera naturale, in un attimo tutti gli automatismi sono di nuovo tuoi e i sensi tornano a percepire tutte le sensazioni trasmesse dalla forcella, dal mono e dalle gomme. Ed iniziando a zig-zagare proprio per scaldare quest’ultime mi infilo in superstrada, per raggiungere la mia strada da pieghe preferita. Prima, seconda, terza… butto dentro le marce, una dopo l’altra, con la massima rilassatezza, sentendo il vento sul petto ed il collo iniziare ad irrigidirsi quel tanto per contrastare la pressione dell’aria. Tutto scorre tranquillamente veloce, quando, buttando giù un occhio sul takimetro, noto che sono già ad una velocità da straccio immediato di patente. Ops… Ma chi si ricordava che fosse così tanto semplice ed immediato raggiungere certe velocità?! Con la Superstrada ormai alle spalle, torno al mio solito zig-zag per mandare in temperatura le Metzeler Racetec RR K1 che ho messo ai piedi della “bambina”, raggiungendo finalmente “QUEL TRATTO”. Lo percorro tutto a velocità molto bassa, per verificare lo stato dell’asfalto, la presenza di nuove buche o del maledettissimo brecciolino, tipico soprattutto dei giorni successivi ad un temporale primaverile; ma con mia immensa sorpresa tutto sembra essere allo state dell’arte, l’assenza di macchine e ciclisti è quasi totale e quindi “abbasso la visiera” e do il via alle danze.


I giri del motore salgono in maniera vertiginosa e con essi il numero dei miei battiti cardiaci. Seconda, terza marcia, il motore che torna ad urlare risuonando per le strade collinari mentre le semi-slick, anche se ancora un po’ fredde (così come l’asfalto) iniziano a fare il loro lavoro, “spanciandosi” e regalando fin da subito tanto grip. Destra, sinistra, ancora destra, saltando da una parte all’altra della moto, tornando a rimanere appeso con il busto tutto fuori. Il ritmo sale e con esso , al contrario, quella poca ruggine che pensavo di aver accumulato viene completamente spazzata via. Mi accovaccio in carena, tutto chiuso, diretto alla curva successiva; prendo in mano i freni, ma non in maniera troppo decisa perché l’anteriore non è ancora caldo come vorrei, scalo una marcia lasciando che i giri tornino su e mi lancio dentro di nuovo in quello splendido serpentone fatto di curve dopo curve, quando… ecco che lo sento. Quello “scratch” inconfondibile, quel suono che è pura musica per ogni motociclistica sportivo, quella sensazione unica: sono già di nuovo tutto piegato, con la saponetta che striscia rumorosamente a terra. Certo, nessuno pensi che sia questo l’obiettivo dell’andare in moto (specialmente su strada), ma diavolo, potete chiederlo a chiunque abbia mai guidato una sportiva od una naked da sparo: piegare con il ginocchio che tocca l’asfalto è uno dei momenti di più grande libidine che possano esistere. E lasciatemelo dire: quanto mi era mancato quel suono!


Il tempo scorre veloce, mentre faccio il pieno di adrenalina e di divertimento. Non passa molto tempo che ecco incontrare i primi amici, con cui ci mi fermo a parlare, a fumare la classica “sigaretta del motociclista”, a fare le prime foto insieme da postare su Facebook – perché non si può scampare dal “momento Social” – e via di nuovo tutti insieme a cavalcare le nostre moto, uno dietro l’altro, chi più veloce e chi un po’ più indietro, ma comunque tutti uniti da questa meravigliosa passione. Purtroppo, però, arriva anche il momento di tornare a casa, ma è un ritorno che ha tutto un altro sapore, perché il vivere ha ritrovato un significato più pieno, più bello e più emozionante. E mentre sono sulla via del rientro, accarezzo la mia Ninja sul serbatoio, sussurrandole quanto è stata brava, confessandole quanto sono felice di essere di nuovo qui insieme a lei, e quanto mi era mancata. E soprattutto quanto mi era mancato tutto questo. Chi si ricordava che fosse COSI’ bello andare in moto?!

Di Umberto Moioli

Appassionato di roba veloce (purché non a propulsione elettrica), motorsport e street racing anni '90. Ho aperto ItalianWheels.net tanti anni fa per parlare di gare, auto e moto sportive e raccontare la poetica della guida.

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