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A cura di Alessandro Rizzuti.

E quindi si è chiusa un’altra 500 Miglia di Indianapolis. Caotica, come al solito. Emozionante, come al solito. Imprevedibile, come al solito. Ha vinto l’underdog, spesso succede. Ora tocca aspettare un altro anno per la gara più bella d’oltreoceano. Ma intanto vediamo com’è andata.

La gara parte con i primi tre che fanno subito un altro passo, dando l’impressione che qualunque cosa sarebbe successo la vittoria sarebbe stata di uno di loro. Dixon e Palou da bravi compagni di squadra si scambiano le scie, mentre Veekay sta a guardare.

Finché proprio Veekay la perde in curva due e si schianta al 36° giro.

Dopo una caution non proprio breve la gara riprende. Il duo Dixon-Palou continua imperterrito a fare il passo davanti all’altro compagno Marcus Ericsson. E poi si schianta Callum Ilott al giro 69.

Palou è costretto a fermarsi anche se hanno appena chiuso la pit lane, ma purtroppo gli è permesso solo fare un veloce rabbocco, ed è costretto a fare un pit lungo insieme al resto del gruppo. Questa sfortuna gli costa la vittoria, in quanto riparte trentesimo dopo la caution.

Il trio di testa è ora Dixon-Daly-O’Ward, che non si risparmiano nessun colpo, ma la parte centrale di gara è quella della gestione, e tutto il gruppo sembra conservarsi per la fine.

Tranne Grosjean, che si schianta al 106° giro. E McLaughlin, che al 152° giro la perde in curva tre, si schianta una prima volta, poi la macchina continua la sua corsa in curva quattro, quasi incrocia la traiettoria di un’altra macchina, e finisce per colpire nuovamente il muro e fermarsi definitivamente.

La gara entra nel suo ultimo quarto di gara, il più vivo e combattuto. Adesso sono Dixon e il duo McLaren O’Ward-Rosenqvist a giocarsi la vittoria. È in questa fase che emerge il pilota che ha fatto la strategia migliore e che ha avuto fortuna con le caution. Sembra che sia ancora il neozelandese a spuntarla all’ultimo giro di pit stop, ma un bloccaggio all’entrata della pit lane gli fa scattare un’infrazione per speeding. La penalità è un durissimo e lunghissimo drive through.

La gara sembra consegnata al duo McLaren, ma ecco che arriva lui, sexy Marcus. Veloce come un fulmine, scattante come una saetta, guadagna la prima posizione al 173° giro e guadagna altri tre secondi in meno di dieci giri sulla coppia che lo segue. Sembra ancora una volta segnato il destino della gara.

E poi si schianta Jimmie Johnson. Il super campione della NASCAR purtroppo continua la striscia negativa di brutti risultati in questa stagione, e con il suo incidente a cinque giri dalla fine rischia di far perdere la gara al compagno di squadra svedese.

Tra i fischi del pubblico viene calata la bandiera rossa.

Mancano solo quattro giri, di cui due dietro pace car.

La tensione è alle stelle.

La gara riparte. Lo svedese riesce a tenersi dietro O’Ward con dei cambi di direzione che in F1 gli avrebbero causato una condanna a 25 anni di reclusione e l’allontanamento dai pubblici uffici a vita.

Ma il nostro eroe non corre per la FIA. Il nostro eroe corre per la gloria.

E la gloria alla fine arriva.

Marcus Ericsson conquista la 106° 500 miglia di Indianapolis.

Di Alessandro Rizzuti

Laureato in storia e bassista metal a tempo perso, fermamente convinto che sotto le sei ore si parla di gare sprint. Ogni tanto faccio qualche articolo ironico, sperando di essere divertente almeno su internet.

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