A cura di Davide Orofino.

La Dakar è senza dubbio l’evento di rally raid più famoso del mondo. Fin dalla sua concezione per mano di Thierry Sabine alla fine del 1978, è stata la sede di innumerevoli avventure epiche. Nel corso degli anni, sempre più squadre con grandi budget hanno iniziato ad iscriversi all’evento ma grazie alla natura spietata della gara, i coraggiosi team privati avevano ancora una possibilità di vincere rispetto ai giganti dell’industria automobilistica.

Sono i privati che di solito hanno le idee più folli. La Rolls Royce di Thierry de Montcorgé e un duo di piccole Suzuki Samurai sponsorizzate da una banca, per esempio. Questo non significa che i grandi costruttori non abbiano mai provato qualcosa fuori dall’ordinario. La folle ma vincente 959 della Porsche guidata da Jacky Ickx ne è l’esempio perfetto.

Mentre lo sforzo in F1 era partito in modo traballante e si stava facendo un nome in tutti i modi sbagliati, la Minardi stava valutando un potenziale ingresso nell’edizione 1986 della Parigi Dakar. Sarebbe stato un viaggio molto al di fuori della loro confort-zone. Soprattutto considerando il tipo di veicolo che avevano scelto, infatti, invece di scegliere una macchina, il team ha optato per entrare nella classe altamente competitiva dei camion.

Il team pronto per la sua prima Dakar.

Anche il loro approccio per trovare il veicolo giusto per la corsa fu lontano dall’ordinario. Invece di modificare pesantemente un camion normale o acquistare un camion da corsa usato, decisero di fare il percorso opposto, scegliendo qualcosa che fosse già in grado di andare fuori strada fin dall’inizio. Hanno trovato quello che cercavano alla Costruzione Veicoli Speciali o CVS.

Il loro modello FM2230 si trovava di solito a ricoprire diversi ruoli nelle grandi aree di costruzione industriale grazie alla sua piattaforma adattabile. Ma nessuno aveva mai pensato di andare in gara con uno di quelli. Tuttavia, la natura robusta del veicolo e la sua elevata altezza da terra vennero ritenute più che capaci di affrontare il duro terreno africano.

Tutte e quattro le ruote, che erano anche sterzanti, erano alimentate da un motore Iveco 8 cilindri turbo in grado di produrre 420 cavalli e un’immensa quantità di coppia. La velocità massima era di 140 km/h, non male per un corazzato lungo 7,4 metri e che pesa diverse tonnellate.

Il CVS FM2230 in tutto il suo giallo splendore.

Il team cercò di ridurre il peso il più possibile, ma fu necessario apportare alcune ulteriori modifiche. Una roll cage esterna insieme a diverse luci abbaglianti furono aggiunte nella parte anteriore, mentre nella parte posteriore venne lasciato abbastanza spazio per portare 4 ruote di scorta e poiché le ruote erano grandi e pesanti, una piccola gru venne messa sulla parte superiore del camion per aiutare durante il cambio di ruote nel mezzo del deserto.

Per coronare il tutto, il CVS fu verniciato con il caratteristico colore giallo Minardi e fu soprannominato “il camion Eurafrica”. A bordo del gigante giallo erano il navigatore Adriano Antolini, il co-pilota Denis Biffi e il pilota Gaudenzio Mantova, quest’ultimo era un esperto pilota di F2 e F3. Il gruppo avrebbe avuto il compito di guidare una distanza totale di 15000 chilometri, attraverso il continente africano.

Nonostante la mancanza di esperienza la Minardi si trovò comodamente al secondo posto e niente sembrava poter fermare il gigantesco camion che arrivò persino a saltare sopra alcune dune creando piccole scosse di terremoto al moneto dell’atterraggio.

L’edizione del 1986 si rivelò particolarmente estenuante per la categoria dei camion visto che solo 12 dei 75 camion iscritti riuscirono a tagliare il traguardo di Dakar. Purtroppo, il camion Minardi Eurafrica non fu uno di quei 12, infatti mentre sfrecciava lungo un deserto remoto, un piccolo problema elettrico causò gravi problemi. Un incendio scoppiò e qualsiasi cosa provasse a fare l’equipaggio si rivelò futile, non riuscirono a spegnerlo e in un paio di minuti il camion, insieme al potenziale podio della squadra, andò in fiamme.

Un triste finale ma in perfetto stile Minardi.

La prima partecipazione di un team di Formula Uno alla Dakar ebbe una fine deludente. L’idea insolita ma efficace di trasformare un camion industriale in una macchina da corsa nel deserto era qualcosa che la Dakar non aveva mai visto prima. Il primo sforzo della Minardi nelle corse fuori strada stava, sorprendentemente, avendo più successo del suo impegno in F1 ma alla fine, come spesso è successo nella loro storia, il tutto si è concluso con tanto fumo e poco arrosto.

Di Davide Orofino

Classe 1995, sardo, laureato in lingue e appassionato di tutto ciò che è dotato di un motore, specialmente se ha quattro ruote o se è dotato di ali che gli permettono di sfrecciare nel cielo. Mi occupo di un po' di tutto ma specialmente del motorsport giapponese.

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