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A cura di Umberto Moioli.

Sabato scorso all’Autodromo di Monza è andato in scena uno degli eventi più attesi dagli appassionati di auto, ovvero la Michelin GT Cup, dove facoltosi proprietari di supercar ed hypercar (ma non solo) si danno appuntamento per una giornata di pista con open pit-lane, in cui sfogare i tantissimi cavalli dei propri motori all’interno del Tempio della Velocità. Ferrari, Lamborghini, Porsche, Pagani, McLaren, Corvette, Caterham, BMW, Mercedes, Audi, Lotus e tantissime altre. Un tripudio di vetture esotiche e bramate che, invaso il paddock del tracciato brianzolo, hanno acceso la passione di chiunque si trovasse lì, sia per guidare sia semplicemente ad ammirare.

Ma al di là di ciò, al di là delle straordinarie vetture che ho potuto guardare o sulle quali ho avuto la fortuna di salire, un fatto mi ha profondamente stupito: mi riferisco all’enorme affluenza di gente registrata in una sola giornata. Spesso e volentieri, infatti, mi è capitato di vedere week-end di gare, anche ad ingresso libero, in cui il paddock – esclusion fatta per gli addetti ai lavori – rimaneva sostanzialmente un ambiente quasi deserto. Penso, ad esempio, al sabato dell’International GT Open in cui (oltre alle pochissime vetture in gara) di spettatori non ce n’era quasi neanche l’ombra. Eppure, le auto da corsa non hanno smesso di emozionarele persone. Ma allora perché?

Personalmente credo che chi ami i motori desideri prima di tutto vederli da vicino, e quando anche nelle categorie minori iniziano a porre dei pannelli divisori all’interno del box, rendendo così impossibile osservare le vetture anche da lontano in pieno stile snob da F1 o MotoGP, allora è inevitabile che la gente non risponda più alla chiamata. Alla GT Cup, invece, chiunque era libero di passeggiare tranquillamente tra una McLaren ed una Ferrari poste lì, a cielo aperto, scintillanti e pronte ad essere immortalate dalle infinite quantità di macchine fotografiche portate dai tantissimi presenti. Così come il discorso vale per i tanto attesi track-days e le tappe dei sempre più seguiti Time Attack, che fanno della passione pura di piloti, preparatori e pubblico l’ingrediente speciale per una ricetta molto più che riuscita, che fidelizza e porta in autodromo entusiasti dell’automobilismo di qualsiasi età.

Insomma, più mi divido tra week-end di motorsport ed eventi tra “privati”, più mi accordo sempre più come l’ago della bilancia si stia vertiginosamente spostando verso questa seconda categoria, che richiama ed avvicina le persone alle macchine, e non le divide come avviene invece nel motorsport, in cui anche ormai nel karting i piloti più giovani si atteggiano già da ufficiali sponsorizzati RedBullcon la “puzza sotto il naso”, troppo impegnati anche per scambiare due parole con un qualsiasi curioso desideroso di saperne di più. Insomma, se il futuro per noi amanti delle auto risiede sempre più in questi eventi e track-day, allora lasciatemi dire Ben tornati bei vecchi tempi”!

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