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Behind the race #1: il WEC raccontato da Giorgio Sernagiotto

A cura di Giorgio Sernagiotto e Claudio Boscolo.

OK, ci siamo, l’esordio mondiale è realtà per la 47.

Silverstone, il tempio inglese della velocità darà inizio alla Superseason 2019/2020 del Wec.

Entusiasmo, eccitazione e orgoglio.

“The Italian spirit of Le Mans” è approdato sul più grande palcoscenico che ci sia nel mondo Endurance.

E’ un anno di cambiamenti dove a mutare non è solo il palcoscenico ma anche l’orchestra.

Si passa da Villorba Corse ad AF Corse, ambiente più internazionale e con più esperienza per poter affrontare al meglio questa grande sfida.

Gli attori no, siamo sempre noi. Andrea Belicchi, Roberto Lacorte, io e la 47.

Già la 47, la Dallara-Cenerentola invitata al ballo delle Oreca.  Guai a darsi per vinti, però.

Vedere il WEC come solo pista è tanto riduttivo: c’è molta storia e cultura dietro.

Impossibile, infatti, non menzionare la nostra visita da pelle d’oca alla sede del British Racing Driver’s Club, club esclusivo riservato ai soli piloti, che regala una splendida visuale sulle curve 5-6 e 7 (zona Brooklands, per intenderci) del circuito.

Tra bacheche colme di trofei e memorabilia, divani in pelle e velluto è assolutamente comune ritrovarsi tra piloti (passati e presenti) e addetti ai lavori per scambiare quattro chiacchiere, quasi fosse un Cafè letterario applicato alla nobile arte del volante.

Menzione d’onore anche per i modellini in scala 1:43 di tutte le vetture e di tutti i piloti inglesi che hanno corso in F1 e partecipato alla 24H di Le Mans.

Ed è proprio in questo ambiente che si esaltano le principali differenze tra la cultura motoristica inglese e quella nostrana.

Infatti, quello che si vive e si respira nella terra d’Albione è vero e proprio rispetto per il motorsport come stile di vita ed è quello che manca a noi.

Il pilota, da noi, viene visto come mera professione, non oltre, mentre altrove viene esaltata la comunità dei “racing drivers” e tutta quella splendida contaminazione che comporta.

Altra tappa impossibile da saltare, per noi, è l’imperdibile birretta al White Horse, locale ricco di oggetti e dipinti motoristici.

Il tempo delle gite finisce ed è ora di buttarci in pista.

Anche qui le differenze con le esperienze precedenti sono marcate: più pubblico e più attenzione mediatica rispetto all’ELMS che, nonostante sia un campionato di livello assoluto, paga dazio in termini di immagine.

Sul tracciato, invece, sappiamo già che il lavoro per mettere a punto la vettura non sarà dei più semplici, però, al termine del venerdì qualche cauto sorriso affiora.

Le qualifiche del sabato non portano grandi sorprese nella posizione in griglia quanto nel fatto che siamo riusciti a limitare i danni e, di conseguenza, il distacco sul giro secco.

Oreca riesce a sfruttare meglio le gomme sin da subito grazie al maggior carico aerodinamico, noi il meglio riusciamo a darlo con gomme più usurate. Il gap c’è, è importante ma non incolmabile e questo ci porta fiducia in vista della gara.

Tuttavia la bellezza di un sabato positivo sul tracciato inglese viene devastata dalla terribile notizia della scomparsa del giovane pilota francese Anthoine Hubert a Spa.

Per quanto siamo consci del pericolo che corriamo ogni volta che abbassiamo la visiera ed entriamo in pista cerchiamo sempre di allontanare in un piccolo anfratto del cervello questa possibilità e, per quanto possiamo essere piloti di esperienza, l’inconscio lavora.

Il risultato è una notte ben poco felice per tutti e tre.

La domenica il dispiacere e i cattivi pensieri lasciano il posto alla concentrazione assoluta per la gara.

La prima porzione di gara è affidata ad Andrea che riesce a sfruttare appieno le opportunità fornite dalla safety car grazie al pit stop super tempestivo del team.

Verso la fine della prima ora di gara la piccola Dallara coraggiosa esplora le zone più nobili della classifica di classe. Siamo addirittura secondi.

Il valzer dei pit stop ha sicuramente aiutato tanto, così come la brillante e audace strategia architettata dal muretto.

Primo cambio piloti: Belicchi out, entro io.

Scendiamo leggermente in classifica, logicamente, ma siamo ancora in gruppo e soprattutto in lotta con altre Oreca, risultato non così scontato.

Quasi come richiamo di fantozziana memoria, appena dopo il mio ingresso in pista avviene anche il cambio meteorologico.

I Beatles cantavano “Here comes the sun” i The Cult, invece, cantavano “Rain”: chi ha azzeccato le previsioni meteo sono proprio questi ultimi. La pioggia viene a farci compagnia sul tracciato.

Se per tanti il diluvio potrebbe essere un problema, per noi è una ghiotta opportunità.

Sull’acqua con le slick, qualche stretta di chiappa di troppo, ma il risultato è quello sperato.

Riusciamo a stabilirci attorno alla quinta posizione di classe e non molliamo.

Si schiarisce il cielo ed è tempo di rientrare.

Faccio spazio a Roberto che, con un finale ben gestito, riesce a portare a casa un bel p11 overall ma risultato ben più importante p6 di classe.

Si torna da Silverstone con un bel risultato in cascina, tanti sorrisi e quella fiducia che un po’mancava.

L’inizio è certamente incoraggiante, adesso testa al Fuji per la seconda tappa.

Fotografie a cura di Fabio Taccola.

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