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L’eredità di Jules.

A cura di Claudio Boscolo.

Per noi nati nella prima metà degli anni ’90, Jules è ben più di un semplice pilota di F1.
Diciamo che è uno di noi, a separarci nemmeno una manciata di anni, con il nostro stesso sogno: approdare alla massima serie a ruote scoperte.

E lui ce l’ha fatta.

Per noi cresciuti a pane, Suzuka 2000 ed epopea Schumacher vedere un ragazzo quasi coetaneo raggiungere la griglia di partenza dell’élite dell’automobilismo mondiale è stata una soddisfazione enorme.

Vederlo testare la Rossa, performare maledettamente bene con la Manor, vederlo andare a punti a Montecarlo con una vettura nettamente inferiore a tutte è stata una grande soddisfazione.

Il pensiero comune è che, prima o poi, il contratto con la Rossa si farà. La velocità c’è, il talento non si discute e il cuore dietro al volante è immenso.

Il suo sogno è il nostro sogno e lo viviamo gara dopo gara. Nessun tipo di invidia per un ragazzo che vedi come punto di riferimento, che farà brillare la propria stella nel firmamento della velocità. Ognuno di noi sogna e spera con Jules.

La nostra generazione è stata abituata troppo bene, troppo piccoli per comprendere Imola 1994, troppo ingenui per credere che il tristo mietitore non possa abbattersi, di nuovo, con la sua scure tra le curve di un Gp di F1. La sicurezza è al top e quel pensiero viene automaticamente scansato, tutto troppo sicuro, non accadrà mai più.

Suzuka dà, Suzuka toglie.

Il circuito giapponese ci ha svegliati dal torpore e dalla rassegnazione, ci ha regalato il sogno di veder vincere la Rossa dopo ere geologiche di astinenza e, soprattutto, ha acceso in noi la scintilla.

Quattordici anni dopo non si parla più di un risveglio ma di un calcio alla bocca dello stomaco.

Accettare che i sogni possano anche diventare tragedia richiede tempo, levigare dal cuore e dalla mente la sensazione di ingiustizia richiede un’eternità.

Della dinamica si è scritto, parlato e passato in giudicato. Quelle immagini non avranno mai la meglio sul ricordo che abbiamo.

“Farò tutto il possibile per diventare campione del mondo di F1, un giorno. E se non ce la farò, non avrò nessun rimpianto”.

Dare tutto, sempre, anche a costo della vita.

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