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La Dakar nera

A cura di Davide Achille e Claudio Boscolo.

La Dakar è il rally automobilistico e motociclistico più famoso al mondo. La corsa, nota anche come “Parigi-Dakar”, si svolse dal 1979 al 2007 nel continente africano (con qualche tappa di partenza in Europa) e dal 2009, a causa di alcune minacce terroristiche, nel Sudamerica. Il rally è famoso per essere uno dei più difficili al mondo in termini di resistenza fisica e uno dei più pericolosi per quanto riguarda l’elevatissimo rischio di perdere la vita, infatti in 40 anni di esistenza le insidie di questo evento hanno mietuto parecchie vittime e feriti, ma ciò non ha mai intaccato il fascino di questa competizione che ogni anno porta nuovi appassionati e piloti temerari, pronti a mettere in gioco la propria vita per raggiungere la gloria salendo sul gradino più alto del podio.

Il logo della Dakar

Torniamo indietro di qualche anno: siamo nel 1979, la Parigi-Dakar è al primo anno di vita e le norme sulla sicurezza sono ancora agli arbori, il motociclista francese Patrick Dodin, durante la tappa Agadez-Tahoua, si accorge che il casco non è allacciato correttamente e decide di sistemarlo senza fermarsi. Questa scelta gli costerà molto caro poiché, staccando le mani dal manubrio per sistemare l’elmetto, perde il controllo della moto e finisce per cadere rovinosamente, diventando così la prima vittima della Dakar.

Passando agli anni ’80, l’italiano Giampaolo Marinoni, pilota ed ex poliziotto con la passione delle moto, decise di partecipare a due edizioni della Parigi-Dakar: la prima nel 1985 e la seconda nel 1986. Proprio in quest’ultima edizione, a soli 40 km dal traguardo dell’ultima prova speciale, cadde rovinosamente procurandosi gravi danni al fegato, ma riuscì a giungere eroicamente al traguardo. Venne ricoverato subito a Dakar, ma la fatiscente struttura ospedaliera non fu in grado di salvarlo morendo due giorni dopo il ricovero.

Marinoni alla Dakar del 1986

Se ci sono state vittime provocate dalla pericolosità della gara o dalla scarsa valutazione del rischio da parte dei piloti, dobbiamo annoverare tra le cause anche la sventura. Nel lontano 1996 il pilota francese Laurent Gueguen, mentre stava gareggiando col suo camion in una delle tante tappe della Dakar, ebbe la sfortuna di passare sopra un campo minato nei pressi di una miniera abbandonata. Il triste epilogo viene lasciato all’immaginazione del lettore.

Il camion di Gueguen in fiamme

L’anno seguente durante il pomeriggio del secondo giorno di gara, scatta improvvisamente il radiosegnale automatico di soccorso installato sulla moto del francese Jean Pierre Leduc: viene immediatamente dato l’allarme e scattano subito le ricerche nella speranza di trovare ancora vivo il motociclista. Il primo a giungere sul luogo da dove proveniva il segnale di soccorso fu un compagno di squadra del francese, il quale avvertì subito i soccorsi della sua posizione, quest’ultimi arrivarono sul posto tempestivamente, ma non poterono far altro che riscontrare la morte del pilota. Jean Pierre Leduc è la vittima numero 33 di questa competizione.

Più recentemente, il vincitore della Parigi-Dakar 2001 e 2002, Fabrizio Meoni, si appresta ad affrontare l’edizione 2005 del rally raid più temuto. Purtroppo incontrerà la morte tra le cittadine di Atar e Kiffa, in seguito ad una caduta che gli provocherà la frattura di due vertebre cervicali ed il conseguente arresto cardiaco.

Un Fabrizio Meoni sorridente alla Dakar 2005

Purtroppo ogni anno che passa questa orribile lista di deceduti aumenta. Oggi, nel 2019, siamo giunti alla 39° edizione del rally più pericoloso al mondo e l’elenco conta 71 vittime inserendo tra piloti e co-piloti anche medici, giornalisti e spettatori, travolti dai veicoli in gara mentre svolgevano il loro lavoro o mentre assistevano al passaggio delle vetture.

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