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Famola strana: i 6 modelli più assurdi che hanno fatto la storia della Dakar

A cura di Claudio Boscolo, Andrea Paghini e Pietro Di Spaldro.

Ebbene oggi si danno il via alle danze della Dakar 2019. Ogni anno si presentano ai nastri di partenza centinaia di veicoli con l’obiettivo di arrivare al termine di una delle gare più estenuanti, difficili e rischiose dell’intero panorama motoristico. C’è chi lo fa con l’intento dichiarato di vincere, chi di partecipare e godersi la corsa, chi di sperimentare e dare voce a quel mix di follia e inventiva motoristica. Noi di ItalianWheels abbiamo, ovviamente, cercato soprattutto questi ultimi che, per un motivo o per l’altro, sono entrati nel cuore degli appassionati nelle varie edizioni.

 

PANDAKAR

Portare l’utilitaria Fiat più venduta in Europa al traguardo del Rally Raid più famoso e temuto al mondo? Perché no? Questo deve essere passato nella testa di chi ha progettato questa folle impresa con la city car di casa Fiat. Motore 2.0 Multijet da 180 cv, tutto rigorosamente di serie, unito al telento e alla lucida follia di Giulio Verzelletti e Antonio Cabini ha consentito al Pandino 4×4 di portare a casa, dopo tanti anni (il primo esperimento di portare la piccola utilitaria al traguardo risale al 2007, dove a guidarla era un certo Miki Biasion), l’agognato traguardo. Il risultato cronometrico passa in secondo piano, 56mi assoluti a più di 77 ore di distacco di Peterhansel, visto che al traguardo è stata portata una vettura di appena 3,6 metri di lunghezza e di potenza nettamente inferiore alla concorrenza.

 

CITROEN 2CV

Una Citroen 2 CV del 1963 a gareggiare nell’edizione 2007 della Parigi (o meglio Lisbona, visto che fu la sede della partenza della prima tappa) Dakar? Ebbene si. Equipaggiata con due motori boxer bicilindrici derivati dalla Citroen Visa da 50 cv ciascuno, la piccola guerriera francese “Bip-Bip 2” ha tentato la sorte nelle impervie sabbie africane nelle sapienti mani di Georges Marques e Cyril Ribas. La favola però si è dovuta interrompere alla quarta tappa quando la piccola 2CV ha dovuto arrendersi ad un guasto meccanico.Il traguardo non sarà stato raggiunto ma il cuore di tanti appassionati, si.

 

CH’TI FRITERIE

La singolare idea di partecipare alla Dakar con una friggitrice viene da un team francese, il cui scopo era quello di mettere in luce le attività di friggitrici ambulanti del nord della Francia. Il veicolo impiegato è un pick-up Toyota con un motore da 200 cavalli, dotato posteriormente di una vera friggitrice, che ad ogni bivacco di fine tappa veniva impiegata per friggere delle patatine e delle polpette che venivano poi offerte gratuitamente. Il team affronta la Dakar per ben due volte, nel 2009 e nel 2014, portandola a compimento in tutte e due le occasioni.

 

 JULES II PROTO

Thierry de Montcorgé, un nobile francese dalle idee stravaganti, nel 1984 ha la pazza idea di costruire un prototipo che riesca a correre sulle difficili strade della Dakar in totale autonomia, senza alcun bisogno di assistenza esterna. Dotato di sei ruote per distribuire meglio i pesi, viene equipaggiato con un motore Chevrolet V8, montato tra i due assi posteriori, e di una trasmissione di una Porsche 935. Ciò a cui viene data particolare attenzione nella costruzione è l’uso di più pezzi meccanici intercambiabili tra loro, soprattutto per le sospensioni, per far in modo di aver bisogno il meno possibile di parti di ricambio. La parte posteriore allungata viene pensata anche per essere funzionale dal punto di vista della sopravvivenza, dato che era possibile addirittura collocarci sopra una tenda per le pause notturne. L’impresa purtroppo dura poco più di due tappe, poiché durante la terza tappa cede il telaio del prototipo e Thierry de Montcorgé si deve ritirare.

 

YAMAHA FZT 750/ YZE 920

Yamaha è sicuramente una delle case che ha legato le sue fortune alla Parigi-Dakar. Non è un mistero che alcuni suoi modelli tra i più venduti e iconici (vedi XT, Super Tenerè e TT) siano state delle vere e proprie leggende della competizione. Nel 1986, però, Jean Claude Olivier, presidente di Yamaha Motorsports France, decide di lasciar perdere le collaudate e vincenti XT per creare un nuovo prototipo che stravolgeva totalmente i canoni della moto da raid media. Generalmente le moto da rally raid sono delle enduro modificate con serbatoi maggiorati, motori di serie rivisti per una maggiore affidabilità, un impianto di raffreddamento rivisto e potenziato, una seduta diversa, sospensioni riviste e altre modifiche di vario tipo. Olivier invece decise di creare un prototipo da zero disegnato sul motore della FZ750, la sportiva di casa Yamaha. La potenza garantita era di 100 cavalli, doppia rispetto alla concorrenza, che permetteva grandi velocità di punta sulle distese infinite del deserto africano, contrapposta ad un peso di 300 kg in ordine di marcia. Decisamente troppi per un mezzo che deve sapersi districare in condizioni estreme. La competitività, come prevedibile, era scarsa. Nonostante tutto, il caudillo della Yamaha Motorsport France, decise per il 1987 di presentarsi con una versione ulteriormente migliorata della moto del 1986, più leggera e con un motore più potente e allo stesso tempo con una distribuzione della potenza più lineare e più piena ai bassi regimi. Da Iwata arrivarono 2 motori dalla cubatura maggiorata (920 cm3 anziché 750) che vennero in seguito modificati dalla Sonauto. La potenza venne limitata a 85 cavalli (anche se il motore permetteva numeri molto più grandi) per ragioni di affidabilità. Questa scelta pagò, tanto che le due YZE 920 (questo era il nome della moto) arrivarono rispettivamente settima e undicesima nella classifica finale, arrivando addirittura al terzo posto in una tappa.

 

HONDA EXP-2

Questo prototipo di Honda non aveva l’obiettivo di sostituire le collaudate (e vincenti) Africa Twin, bensì era un laboratorio tecnologico mobile che conteneva soluzioni realmente interessanti anche se potevano sembrare fuori luogo a primo impatto. La prima cosa che salta all’occhio di questa moto è la gigantesca espansione che fa bella mostra di sè: Honda infatti decise di presentare un prototipo sperimentale a 2 tempi nella corsa più dura del mondo! La peculiarità di questa moto, però, era nel fatto che il motore a 2 tempi era equipaggiato con un sistema di iniezione elettronica (parliamo di un periodo in cui il 99% delle moto era ancora equipaggiata con dei carburatori) e quindi la candela funzionava solo a bassissimi regimi. Tutto ciò si traduceva in consumi ridottissimi (33 km/l nel ciclo misto e 17 in gara) e un peso ridotto di 100 kg rispetto alle rivali, pur avendo 20 cavalli in meno delle varie Africa Twin, Super Tenerè, DR Big e così via. Il motore da 402 cm3 riusciva ad erogare ben 54 cavalli. Alla sua prima apparizione la moto arrivò quinta in generale (seconda Honda dietro quella di Meoni) e stracciò la concorrenza nella categoria sotto i 500 cm3. Purtroppo quel magnifico risultato rimase un exploit, una genialata estemporanea perché il progetto non ebbe più seguito. Peccato, perché se Honda avesse continuato lo sviluppo di quel sistema di iniezione elettronica, probabilmente non staremo a piangere la mancanza dal listino di moto 2 tempi.

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