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Sulla cresta dell’Honda: GP Misano, Day 1

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E dire che all’inizio nemmeno volevo crederci. Diciamocelo, suvvia. Quante volte vi sarà capitato di essere contattati su Facebook dal Team Principal di un Team di MotoGP che vi scrive per invitarvi ad unirvi alla Squadra per tutta la durata di un weekend di Gara? Nella migliore delle ipotesi, la risposta sarà “poche”. Nella peggiore, nonché – ahimè – la più comune, la risposta sarà “mai”.

Ecco perché poche settimane fa, quando ho ricevuto su Andare a pesca con un’Audi R18 un messaggio in cui mi veniva proposto di unirmi al Team Honda Repsol HRC per tutta la durata del weekend di gara della MotoGP a Misano, una parte di me ha pensato che si trattasse di uno scherzo. O, al massimo, di un semplice disguido. Dopo soli pochi messaggi, tuttavia, i dubbi si erano sciolti come neve al sole. Livio Suppo mi stava seriamente dando la possibilità di vivere, ad un anno di distanza dal mio ultimo ingresso in un Paddock di una delle massime serie motoristiche mondiali, un weekend di Gara completo, vissuto dal punto di vista interno ad una squadra senza le lenti distorte della TV e dei Social Media.

TV e Social Media che, tra le tante cose, filtrano innanzitutto il rumore. E, essendo giovedì, è un rumore non generato dal grido dei motori, ma dalla folla, dalla marea umana di tifosi, tecnici e piloti che popolano, che pullulano il Paddock. Impiego pochissimi secondi a perdere infatti di vista Federica, una degli addetti stampa di Honda HRC, che si perde nei meandri dei camion dopo avermi saggiamente fornito le indicazioni per raggiungere l’Hospitality della Honda, e mi concentro meglio su quello che, di primo acchito, si nota una volta entrati in un mondo simile. Il paragone con la F1 è netto, quasi stridente. Il Circus è più ordinato, meno popolato, più elitario. La MotoGP è una festa, umanamente parlando. Una quantità enorme di fan si rincorre, insegue piloti, ingegneri, Team Principal, giornalisti, a volte anche meccanici, per una battuta, un autografo, una foto ricordo. E tutto questo accade in mezzo ad una bellissima, straordinaria, inebriante confusione, con piloti di Moto3 che guidano motorini sui quali siedono protagonisti della Moto2 e viceversa e piloti di MotoGP che fanno slalom tra la miriade di persone che popolano il Paddock: è una miscellanea di suoni e di rumori, con l’odore della benzina che aleggia nell’aria ed un ritmo incessantemente frenetico e veloce. E’ indubitabilmente, inequivocabilmente, irrimediabilmente, aria che trasuda Motorsport. Ed è semplicemente fantastico.

Poche decine di metri e, dopo un ben poco dignitoso “lungo” davanti all’Hospitality della HRC (ero talmente intento a godermi l’atmosfera che sono riuscito nella non facile impresa di non vedere un’Hospitality di due piani), entro in quella che, per gli uomini del Team, è la struttura che più assomiglia ad una casa nel corso dei weekend di gara. Una struttura che è reduce da un massacrante Back-To-Back, ma che non lo dà assolutamente a vedere. E qui MotoGP ed F1 svelano il loro lato comune, mettendo a nudo una ricerca per la precisione e l’efficienza che difficilmente ha eguali, con il Motomondiale che sembra però essere più concreto, più essenziale, efficace ma pronto a limitare il formalismo rigido alle sole cose fondamentali. Una volta nell’Hospitality, vengo poi man mano presentato agli altri membri dell’Ufficio Stampa della Squadra, una Squadra che, pur portando orgogliosamente in alto il vessillo giapponese ed avendo due piloti iberici…parla italiano. E’ l’italiano infatti – oltre ovviamente allo spagnolo – la lingua più utilizzata in Honda e, da quanto ho potuto ascoltare, anche nel resto del Paddock. Una sorpresa piacevole, per me che mi prospettavo 3 giorni passati a rispolverare le mie nozioni anglofone.

Il tempo di mangiare alla mensa del circuito con tutti i membri di un Ufficio Stampa che mi ha accolto nel migliore dei modi possibili e poi la giornata entra finalmente nel vivo. E’ un giovedì, come detto poco più sopra, ed il giovedì a questi livelli per i Team vuol dire solamente una cosa: interviste. Mi è stata data la possibilità di essere presente alle 3 sostenute da Marc Marquez – il cui “Ciao, piacere!” per presentarmisi è stato, nella sua semplicità, non poco disarmante – e come già accaduto in F1 si nota come, tra le battute, le pacche sulle spalle e le risate, il giorno prima di scendere in pista si avverta una sorta di calma prima della tempesta. I sorrisi sui volti ci sono, ma i piloti sanno che il momento in cui bisognerà iniziare a fare sul serio si avvicina inesorabile. Sanno che, attualmente, non sono ancora nelle condizioni di poter dire come si comporterà la moto, e questo li rende, una volta lontani dalle telecamere, meno “superstar”: sembra quasi di scoprire il lato umano, la parte un po’ meno d’acciaio di questi fenomeni delle due ruote, e devo dire che fa un certo effetto. Sembrano all’improvviso più consapevoli dei rischi che corrono, e della fatica che fanno ogni volta per arrivare alla domenica in condizioni perfette.

Ma sono ombre passeggere che si dissipano più rapidamente di come sono apparse non appena entrano tutti in Sala Stampa per la Press Conference ufficiale: sguardi rilassati, sorrisi affabili, nessun cenno di tensione. Sono tornati ad essere i piloti di ghiaccio che quasi tutti i weekend appaiono indistruttibili nello schermo del nostro televisore. E’ solamente nel tardo pomeriggio che, infine, c’è un momento di relativo relax per tutti, per poi ritrovarsi nuovamente in Hospitality per la cena che, a differenza di quanto accade in F1, viene consumata con quasi tutta la squadra al completo, dando un senso di coesione e fiducia reciproca ancora maggiore di quanto mi sia capitato di vedere lo scorso anno a Monza. A me rimane solo il tempo di cenare con tutto l’Ufficio Stampa, prima che Livio Suppo mi presenti a Cal Crutchlow come un ragazzo “Che ha fatto molte battute su di te!”. “Che bastardo!” la risposta, praticamente immediata, in un italiano masticatissimo e con una sincerità disarmante, che per un attimo ci porta allo stesso livello e ci fa ridere insieme. Il perfetto suggello per una prima volta difficilmente dimenticabile.

E dire che all’inizio nemmeno volevo crederci…

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