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Kvyat era stato silurato dalla RedBull già dopo il GP di Cina!

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So bene di giocarmi quasi tutta la mia carriera quest’anno. In Toro Rosso hai uno, massimo due anni per fare bene e cercare di ottenere il posto in RedBull. Altrimenti sei fuori. Con queste parole Carlos Sainz Jr., uno dei piloti più apprezzati nel corso della passata Stagione, si accingeva qualche mese fa ad intraprendere il suo secondo anno in F1. Frasi che all’epoca vidi forse come un tantino esagerate, come l’esternazione di un timore provato da un ragazzo mio coetaneo magari anche a causa di chissà quale “lavaggio del cervello” propugnato dai vertici della RedBull. Frasi che però oggi, alla luce di quell’indiscrezione che parecchie testate riportano, assumono tutto un altro significato.

Perchè il mondo RedBull, a quanto sembra, è senza appello. Non ti permette troppi errori, e soprattutto non ti permette di essere padrone del tuo destino. Lo sa benissimo Daniil Kvyat, retrocesso nell’arco di una sola nottata da pilota titolare della RedBull a pilota titolare della Toro Rosso, la Scuderia gemella dal budget inferiore e senza Adrian Newey, a favore di Max Verstappen. Una retrocessione che, subito dopo la divulgazione della notizia, ha un po’ avuto il sapore della sanzione disciplinare: dopo il patatrac in partenza nel corso del GP di Russia infatti, non erano mancate dichiarazioni forti di Helmut Marko, “gestore” delle carriere di tutti i vari talenti che approdano al mondo RedBull. Si parlava di dover avere un confronto, si parlava di raffreddare gli animi, si parlava di tutto ma non certo di questo avvicendamento lampo tra Kvyat e Verstappen. Uno scambio che, stando appunto all’indiscrezione di cui vi parlavo poco più sopra, sarebbe stato deciso addirittura nel corso del GP di Shanghai.

Il problema, a quanto sembra, risiede tutto nel contratto che lega Max Verstappen alla Toro Rosso. Quando l’allora minorenne rookie olandese firmò con la Toro Rosso (che è un’espressione sbagliata, visto che tutti i contratti dei 4 piloti sono semplicemente dei “Contratti RedBull” che permettono di essere smistati senza cavilli da una Scuderia all’altra) fece inserire una clausola secondo la quale si sarebbe potuto svincolare qualora entro 2 o 3 anni non si fosse accasato in RedBull. Una possibilità di svincolo di cui gli altri Team – Ferrari in primis – erano a conoscenza, e della quale speravano di approfittare per tentare l’assalto al baby fenomeno della Toro Rosso. Ma Marko, che è spietato quanto furbo, ha subodorato il pericolo già dopo il GP del Bahrain e, per evitare di offrire a Max o un prolungamento eccessivo di contratto o un cospicuo ritocco all’ingaggio per convincerlo a rimanere nell’orbita RedBull, ha deciso di sacrificare Daniil Kvyat, la “parte debole” della coppia RedBull.

Sia chiaro. “Debole” non in termini di risultati, visto che il podio quest’anno in Cina l’ha fatto lui e non Ricciardo e che nel corso del 2015 ha terminato il Mondiale davanti a lui, ma in termini di immagine. Il dopo-Vettel della RedBull si chiama Daniel Ricciardo, e questo Marko – o chi per lui – lo sa benissimo. Il suo sorriso sempre smagliante, le simpatiche gag con i vari intervistatori. Ricciardo, essendo semplicemente se stesso, attrae fan, attrae tifosi, garantisce un ritorno d’immagine enorme. Kvyat, al contrario, no: è taciturno, non troppo sorridente, più introverso di Ricciardo. E non è sempre più veloce di Daniel, quindi non ha neppure la scusante dell’indiscusso maggior talento per garantirsi un posto. Ecco perchè, a quanto sembra, Marko ed Horner avevano già comunicato a Kvyat, nel post-gara del GP di Cina, che dal GP di Spagna sulla sua RB ci sarebbe salito Max Verstappen, mentre lui sarebbe tornato sulla STR11. Anticipando una scelta che Daniil aveva intuito, ma che sperava – e credeva – non arrivasse prima del 2017.

Da qui scaturirebbe anche tutto lo strano nervosismo mostrato da Kvyat per tutto il weekend del GP di Russia, che, essendo casa sua, gli ha permesso di rimanere al proprio posto in RedBull giusto per evitare alla Scuderia di inimicarsi la folla con una notizia data solamente pochi giorni prima. La reazione stizzita nei confronti di un abbastanza incolpevole Hamilton durante le FP3, quell’aggressività mostrata nei primi giri che era sembrata un tentativo di tamponare Vettel ma che forse invece era per non far scappar via Ricciardo, per dimostrare che lui, in RedBull, avrebbe potuto fare bene. Poi, invece, il disastro, l’assist perfetto che Marko aspettava per rendere la sua esclusione dalla RB meno deprecabile dal punto di vista “morale”: un tamponamento che in tanti hanno visto come una piccola vendetta personale nei confronti di Vettel, in altri hanno percepito come un eccesso di foga e che forse invece era frutto di un disperato tentativo di convincere qualcuno a contare ancora su di lui.

E a chi dice che ora come ora a Kvyat è andata bene perchè la Toro Rosso è più veloce della RedBull, invito a guardare in maniera più ampia il futuro. Sul futuro della carriera del russo si è abbattuto un macigno enorme, visto che le sue chanche di rimanere in F1 si riducono drasticamente a Team che non abbiano bisogno di piloti con valigie nutritissime, perchè Kvyat portava più talento che soldi. In RedBull – squadra che ha possibilità di sviluppo enormi rispetto alla Toro Rosso – non tornerà, e se tornerà non sarà di certo a breve, visto che Ricciardo e Verstappen saranno inamovibili. In Toro Rosso dovrà vedersela con Sainz, pilota molto veloce che tra l’altro ha già soddisfatto i vertici RedBull, gli stessi vertici che sono rimasti invece profondamente stizziti dal danno d’immagine subito dalla Scuderia in Russia a causa della sua manovra, e dovrà cercare di tenere a freno gente come Gasly, che freme nel vivaio RedBull. Il tutto, tentando di metabolizzare il trattamento che gli è stato riservato. Un trattamento che credo francamente non abbia precedenti nella storia della F1. E che mi fa anche rivalutare le parole di Jaime Alguersuari, che ha ormai volontariamente abbandonato il mondo delle corse per fare il DJ dopo essere stato silurato senza troppi giri di parole dalla Toro Rosso.

“Non ho mai dimenticato come mi trattò la RedBull. Mi hanno fatto disamorare del Motorsport. E se a dire queste parole è stato un ragazzo di poco più di 20 anni che ha trascorso la sua vita tra i motori, forse l’atteggiamento della RedBull nella gestione dei suoi piloti si dimostra davvero difficile da comprendere. Umanamente ancor prima che sportivamente.

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