F1 Reportage 

#JoinTheTeam: una magnifica conclusione

Un turbinio confuso di sensazioni dimora nella mia mente non appena apro gli occhi in questa domenica mattina, pronto per vivere quello che è il mio ultimo giorno di lavoro tra le fila del Sahara Force India F1 Team. Se infatti da un lato ho atteso di assistere dal vivo allo spegnimento dei semafori sin dal momento in cui ho appreso di aver vinto il #JoinTheTeam, dall’altro lato l’arrivo di questa domenica significa che la mia avventura nel Paddock della F1 sta lentamente giungendo ad una fine. E non è esattamente un pensiero positivo.

Ma mentre mi districo in motorino tra le viuzze di Monza l’eccitazione che trasuda da ogni singolo punto della città scioglie tutte le mie riflessioni negative come neve al sole. Sono letteralmente sopraffatto dall’entusiasmo che pervade ogni singolo appassionato che si incontra lungo la strada che porta all’Autodromo, oggi più che mai centro nevralgico di una città che arde di passione per il Motorsport. Poter vivere tutte queste emozioni dal punto d’osservazione privilegiato di un Team di F1 mi rende davvero troppo fortunato per permettermi di non essere contentissimo. Ed è per questo che, mentre un tiepido sole rende scintillanti tutti i colori del Paddock, varco per l’ultima volta la porta dell’hospitality della Force India con il sorriso sulle labbra.

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In un Motorhome di un Team di F1 a poche ore dall’inizio di una gara si respira un’aria davvero particolare, che si riesce a comprendere appieno solamente trascorrendo le prime ore della mattinata fianco a fianco di persone che tra un po’ lotteranno per ottenere un risultato sportivo importante. Rispetto al sabato, in particolare, noto una differenza: la concentrazione ferrea è la stessa, ma oggi gli uomini del Team appaiono in un certo senso più rilassati. Sanno di far parte di una squadra che compete nella massima espressione mondiale del Motorsport, e dunque sono ben consapevoli delle loro capacità e della loro competenza. Chi studiando, chi allenandosi, tutti sono arrivati a lavorare in quel mondo solamente grazie alle loro qualità, e sono coscienti del fatto che non esistano molte altre persone capaci come loro. Il termine che per primo si affaccia nella mia mente per descrivere l’atmosfera è “rassicurante”: a scanso di disastri dovuti a problemi tecnici o ad incidenti, dal primo all’ultimo uomo nel Team sono tutti consapevoli di aver dato il proprio massimo. Dopo aver apprezzato fino in fondo l’aria che respira nel Motorhome decido, mentre le GP3 e le GP2 feriscono l’aria con i loro suoni graffianti, di approfittare di un po’ di calma per andare a gironzolare nel Paddock nel tentativo di carpirne le sensazioni.

Che sono totalmente differenti. Il Paddock, fino a qualche ora prima silenzioso e popolato solo dagli addetti ai lavori, vive ora di vita propria, colmo di fan alla spasmodica ricerca di una foto o di un autografo del proprio pilota preferito. E mentre sale a dismisura anche il brusio delle tribune, dove si assiepano lentamente migliaia di appassionati con le bandiere che iniziano a colorare il cielo, tra le hospitality dei Team si consuma un vero e proprio spettacolo. E’ quello di una marea umana, mossa dall’eccitazione e dall’impazienza, che cerca di incoraggiare i piloti dai volti tesi ma sorridenti, che gode nell’essere parte, anche se solo per qualche ora, di un mondo talmente fantastico da sembrare distaccato da quello reale. Bambini, genitori, anziani: tutti, di ogni sesso ed età, hanno gli occhi che brillano di gioia e di stupore quando si trovano vicini a quelle figure quasi eroiche dei piloti, a quelli che a me piace definire Cavalieri del Rischio. L’aria è elettrica, percorsa dall’eccitazione e dall’esaltazione: e non la si dimentica facilmente.

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Dopo una frugale pausa pranzo, alle 13.50 mi intrufolo nel box della Force India. Che ancora una volta ha cambiato fisionomia: le due VJM08, già schierate sulla griglia di partenza, hanno lasciato il posto a file ordinate di sedie pieghevoli, ognuna con su scritto il nome del meccanico che andrà ad occuparla. Perchè se c’è una cosa che ho imparato da questa esperienza è che nella F1 più si è precisi e più si è veloci, ed è quindi doveroso non lasciare nulla al caso. Il box si ripopola dopo la partenza per il giro di ricognizione, quando la Pit Lane diventa simile ad un formicaio per quanta confusionaria frenesia vi ha luogo: tutti tornano nei propri garage nel minor tempo possibile mentre la tensione inizia a salire sino a raggiungere la soglia dell’insopportabile. Con le macchine che ormai si stanno riallineando sullo schieramento di partenza, tutti i meccanici sono seduti ai loro posti, pronti ad affrontare qualsiasi tipo di imprevisto.

Poi, alle 14.03, il momento tanto atteso: le PU che ringhiano sommessamente, l’aria sembra fermarsi, il respiro si fa più affannoso e le pulsazioni salgono all’inverosimile. E lo spegnimento dei semafori, vissuto da tutti con il fiato sospeso, fa da cornice alla speranza dei meccanici di non veder distrutto in soli pochi metri il duro lavoro di un’intera settimana. I giri scorrono via veloci, ed arriva il momento dei Pit Stop, effettuati con una inumana rapidità che mette ancora di più un risalto la perfetta coordinazione dei 16 addetti alla sosta, capaci di cambiare le gomme dei due piloti in 2.4 e 2.6 secondi. Pacche sulle spalle e sorrisi concludono entrambe le operazioni, al termine delle quali si avverte in maniera palese quanto rispetto reciproco ci sia tra i membri della squadra.

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La gara scivola via senza intoppi per il Team, che centra un ottimo risultato di squadra con entrambe le vetture, piazzando Nico e Sergio in Top Ten e soprattutto aumentando di molto il gap con la Lotus nella Classifica Costruttori. Ecco perchè, allo sventolare della bandiera a scacchi, tutti i volti tesi all’interno del box lasciano spazio ad ampi sorrisi, vigorose strette di mano, con i complimenti tra i meccanici, gli ingegneri ed i piloti che risuonano tanto nel box quanto nei Team Radio. E’ tangibile la soddisfazione della squadra, che è conscia di aver ottenuto un grande risultato sportivo grazie ad una prestazione perfetta.

Ma per me ed il resto del Press Office non c’è tempo per crogiolarsi nell’autocompiacimento. Bisogna infatti raggiungere nuovamente i piloti all’uscita del parco chiuso, carpirne le principali emozioni e sensazioni per poi immediatamente metterle online. Per me, mentre in poco meno di 45 minuti i meccanici hanno quasi completamente smontato il box, è anche il momento di terminare il report di questo giorno di gara. Che prima di concludersi del tutto mi fa svestire la maglia di membro del Team per farmi indossare quella dell’appassionato, che non solo non crede ai propri occhi quando Hulkenberg e Perez gli autografano il VIP Pass per poi farsi una foto con lui, ma non crede neppure alle proprie orecchie quando entrambi si complimentano con lui per essere entrato nel Team avendo vinto un concorso a livello mondiale. Pochi minuti che hanno impresso ancora più a fondo nella memoria questa esperienza.

Sfortunatamente, arriva per me il momento di andare via e di lasciare il Team. Un Team fantastico, che mi ha accolto nel miglior modo possibile. Non sarò mai abbastanza grato al Sahara Force India F1 Team per aver realizzato il sogno di un ragazzo che in fondo è sempre lo stesso bambino che, a 4 anni, è rimasto affascinato da quelle macchine velocissime che giravano su un nastro d’asfalto. Ciò che ho provato in questi giorni rimarrà nel mio cuore e nella mia mente per il resto della mia vita, e sono sicuro che sarà difficile vivere nel breve termine emozioni profonde come quelle che questa esperienza mi ha dato.

Arrivederci Force India, e sempre #FeelTheForce.

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